Di tutta la giornata, quello che mi è rimasto addosso non sono i carri. Sono le facce. L’uomo con la coppola che tiene due buoi bianchi per la cavezza e sorride come se stesse presentando due parenti. Il vecchio col cappello nero, il fazzoletto rosso al collo e una spiga di paglia intrecciata appuntata sul gilet, che saluta qualcuno oltre la mia spalla. I bambini piazzati dentro le nicchie di spighe in cima alle traglie, in costume, con quell’espressione tra l’orgoglio e l’imbarazzo che hanno solo i bambini messi in mostra.
I carri sono lo spettacolo. Ma la festa sono loro.

Una festa nata da un terremoto
Per capire perché tutto questo esiste bisogna tornare alle due di notte del 26 luglio 1805. Un terremoto violentissimo, con epicentro nell’area del Matese, rase al suolo mezzo Molise: oltre cinquemilacinquecento vittime. A Jelsi ne furono contate poco più di trenta. Per la comunità non fu statistica, fu grazia: quel giorno era la festa di Sant’Anna, e alla santa venne attribuita la protezione del paese. Da lì nacque il voto — portarle in offerta il frutto della terra, il grano appena mietuto — e da lì nascono le traglie, in processione già dal 1814.
C’è però uno strato più antico sotto la vernice devozionale. Gli antropologi ci leggono la sopravvivenza dei riti agrari mediterranei: il grano come materia sacra prima ancora che cristiana. Il pëlomme — l’edicola votiva di paglia che svetta sulle traglie, una raggiera intrecciata con al centro l’immagine di Sant’Anna e della piccola Maria — sembra proprio uno di quei relitti. Sotto ci si appendevano le scamorze, e fino agli anni Cinquanta le bambole, poi sostituite da bambini veri in costume. Oggi, sotto quella raggiera dorata, ci trovi una bambina seduta che cuce, con la cuffia bianca in testa e il sorriso di chi sa benissimo di essere il centro della scena.

Il lavoro che non si vede
Quello che sfila il 26 luglio è la punta di un lavoro cominciato mesi prima, alla mietitura, quando si scelgono le spighe più belle e più lunghe da mettere da parte. Poi comincia l’intreccio: circa duecento donne, in gran parte anziane, che producono oltre venti chilometri di trecce di grano. Venti chilometri. Fatti a mano, un filo alla volta, in cucine e cortili. A Jelsi la cosa è così seria da avere un nome e uno stendardo: la Scuola delle Trecce, che sfila con il suo drappo rosso ricamato in oro portato da una donna in costume e da un bambino che nel frattempo, tenendo il palo con una mano sola, addenta una pagnotta più grande della sua faccia.
Accanto a loro un centinaio e mezzo di persone costruisce carri e traglie, e un’altra cinquantina di donne impasta il pane di Sant’Anna.
La fotografia che riassume tutto questo, però, l’ho fatta quasi per caso: un uomo anziano in maglietta bianca e un ragazzino col cappello di paglia, seduti sul bordo di una traglia carica, in attesa. Non stanno facendo niente. Sono semplicemente lì, uno accanto all’altro, sullo stesso pezzo di legno. Sessant’anni di differenza e la stessa identica postura. È così che una tradizione sopravvive a duecento anni: non con i decreti, ma con un nonno che porta il nipote a sedersi sul carro.

Gli animali, e le mani
C’è un tema che nelle mie foto è tornato così spesso da diventare il vero soggetto del reportage: il rapporto tra queste persone e i loro animali.
I buoi arrivano bardati come spose: manti bianchissimi, veli con il bordo di pizzo sulle corna, coccarde nere e oro sulla fronte, nappe, campanacci di bronzo. Enormi, e lentissimi. Ma la cosa che colpisce non è l’apparato: è il modo in cui vengono toccati. Un uomo che allunga il braccio e tiene la testa del suo bue senza nemmeno guardarlo, come si fa con qualcuno di cui ci si fida. Una ragazza in costume, con la cuffia di pizzo bianco e lo scialle a fiori, che si sporge e lo bacia sul naso.

E poi c’è la fotografia che mi porto dietro più di tutte. Il muso di un bue riempie l’inquadratura, e sotto l’occhio gli scende una striscia scura, umida — quella scia che i bovini hanno sempre e che a guardarla sembra una lacrima. Sulla guancia, appoggiata piatta, c’è una mano d’uomo anziano con la fede all’anulare. Non lo sta guidando, non lo sta correggendo: lo sta consolando. So che è una scia di lacrimazione e non un pianto, ma quello che quel gesto racconta è vero lo stesso — l’affetto tra un uomo e l’animale con cui ha lavorato una vita.

Poi arriva l’una e mezza, e succede la cosa per cui vale la pena restare. All’Aia di Sant’Anna i buoi vengono fatti inginocchiare per la benedizione del grano: bestie che pesano tra i sette e i dieci quintali piegano le zampe anteriori e si accasciano sull’erba, con il giogo di legno intagliato ancora sul collo. Accanto, il suo uomo — maglietta bianca, occhiali, braccia tatuate, nessun costume addosso — chino a sistemargli i finimenti, con la naturalezza di chi lo fa da sempre. È il momento in cui la festa smette di essere una sfilata e torna a essere quello che è: un ringraziamento.

Il pane, le spose, i bambini
La giornata comincia presto, con la messa solenne nella Chiesa Madre e la distribuzione del pane di Sant’Anna. E il pane è il protagonista involontario della festa: pagnotte enormi, di crosta chiara e spessa, che girano di mano in mano e finiscono sistematicamente addentate dai bambini in costume, con una serietà da adulti e la bocca piena.

Poi parte la sfilata delle traglie e dei carri allegorici, accompagnata dalla banda, dai gruppi folk e dalle spose dell’anno — le ragazze di Jelsi che si sono sposate nei dodici mesi precedenti, che camminano nel corteo con l’abito da sposa addosso e in mano una rosa di paglia intrecciata. A me, che di matrimoni ne fotografo parecchi, quella scena ha fatto un certo effetto: due donne in bianco in mezzo alla strada, sotto il sole, con il paese attorno. Qui il matrimonio non è un fatto privato: è una cosa che la comunità si porta in processione.

E poi ci sono i bambini, ovunque. Nelle nicchie di spighe in cima ai carri, con il fazzoletto rosso al collo. Su un trattorino giocattolo addobbato di grano. Sul volante di un trattore d’epoca vero, in salopette di jeans e cappellino di paglia, con l’aria di chi sta guidando davvero. È il dettaglio che mi ha convinto che questa festa non è un museo: i bambini non recitano una parte antica, ci stanno crescendo dentro.
Una sola ottica, e la festa cambia
Sono andato a Jelsi con la Z8 e un solo obiettivo: l’85mm f/1.2. Sulla carta è una scelta discutibile per una festa di piazza — nessun grandangolo, nessuna possibilità di stare largo, nessuno zoom per aggiustare l’inquadratura quando la folla ti spinge. L’ho fatta apposta, e la rifarei.
Con un ottantacinque addosso non fotografi la sfilata: fotografi chi la fa. Il tele corto ti obbliga a scegliere una faccia e a starci dentro, e la compressione fa il resto — le spighe, la folla, le pietre del corso si sfaldano in una pasta di colore caldo e il soggetto resta lì, isolato, come se attorno non ci fosse nessuno. Che poi è esattamente il contrario di com’era.

Ma la ragione vera è un’altra. Portarsi un’ottica sola significa decidere prima di partire che tipo di racconto si vuole fare, e poi tenere quella linea fino alla fine. Niente alternanza tra campi larghi e primi piani, niente cambio di registro a metà giornata: venticinque fotografie che guardano tutte le persone alla stessa distanza, con la stessa resa, la stessa profondità di campo sottilissima. È una rinuncia in termini di varietà, e la si paga: di quella giornata non ho una sola immagine d’insieme, niente piazza, niente corteo visto da lontano. In cambio ho un racconto che ha una voce sola.
Non è un metodo, sia chiaro, e non è una regola che mi sono dato. Quale obiettivo mettere nella borsa lo decido quasi sempre sulla porta di casa, a sensazione, in base a come mi sento quella mattina. Quel giorno mi sentivo di guardare le facce.
Sulla luce la giornata è stata più clemente del previsto: il sole a picco di fine luglio c’era, con le sue ombre nette sotto le tese dei cappelli, ma sono passate abbastanza nuvole da regalare parecchi minuti di luce diffusa — ed è lì che sono nati i ritratti migliori. Nelle ore peggiori la Z8 fa comunque una cosa che le macchine di dieci anni fa non potevano fare: con l’otturatore elettronico tieni f/1.2 a mezzogiorno senza tirare fuori un filtro ND.
Un paese che si mette in mostra senza travestirsi
Di gente ce n’era tanta: curiosi, famiglie, un numero impressionante di fotografi e una selva di smartphone alzati a riprendere ogni carro che passava. Eppure Jelsi non recita. Ci sono paesi in cui la tradizione è diventata un servizio per il turista, una messa in scena con orari da spettacolo. Qui no: la festa è prima di tutto degli jelsesi, ed è la prima cosa che ti arriva addosso — solare, armoniosa, partecipata. Il turista è benvenuto, ma se domani smettessero di venire, il 26 luglio a Jelsi succederebbe esattamente la stessa cosa. Aiuta anche il meteo: caldo pieno di fine luglio, sì, ma con un venticello costante che ha tenuto la gente in strada fino alla fine.
Forse è per questo che i riconoscimenti sono arrivati da soli: patrimonio immateriale d’Italia, patrimonio culturale europeo dal 2018 e oggi la candidatura UNESCO nel progetto “Rituali e carri artistici del grano”. Un riconoscimento che, se arriverà, certificherà quello che a Jelsi sanno già.
In breve, per chi vuole andarci
- Dove: Jelsi (CB), Molise — circa 20 km da Campobasso
- Quando: ogni anno il 26 luglio, festa di Sant’Anna; nel 2026 si è tenuta la 221ª edizione
- Cosa vedere: la sfilata delle traglie e dei carri di grano in mattinata, le spose dell’anno, e verso le 13:30 la benedizione del grano all’Aia di Sant’Anna con i buoi che si inginocchiano
- Da assaggiare: il pane di Sant’Anna, distribuito e benedetto
- Nota pratica: ingresso libero, navette attive in giornata; parcheggiare fuori dal centro
- Consiglio: la mattina è il momento giusto per fotografare le persone; non andate via prima dell’una e mezza
Quello che mi porto a casa
Duecentoventun anni fa un paese ha avuto paura, tanta. Invece di dimenticarla ha deciso di trasformarla in qualcosa di bello, e di rifarlo ogni singola estate senza saltarne una.
Era la mia prima volta a Jelsi il 26 luglio, e ci torno l’anno prossimo. Con quale obiettivo, non lo so ancora: lo deciderò quella mattina, sulla porta di casa, come faccio sempre. Magari ne prendo un altro apposta, per costringermi a vedere la stessa festa in un modo diverso — che è poi l’unico buon motivo per tornare due volte nello stesso posto.
Ma la fotografia che mi porto a casa non è quella di un carro. È una mano vecchia, con la fede al dito, appoggiata sulla guancia di un bue che sembra piangere.
Non è folklore. È memoria che si intreccia, un filo di paglia alla volta.

La galleria
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