Il primo scatto con un obiettivo nuovo dice poco. È dal centesimo in poi che si capisce con chi si ha a che fare. Viltrox Italia mi aveva mandato il suo 135mm F1.8 LAB per provarlo, e la prima uscita è stata in un campo di grano di fine giugno, con Alice, nell’ora buona prima che il sole sparisse dietro le colline. Niente di drammatico da raccontare: nessun imprevisto, nessuna luce impossibile da gestire, solo un’ottica nuova montata sulla mia Z8 e la curiosità di capire dove avrebbe ceduto.
Non ha ceduto.

Un obiettivo che pesa quanto promette
Va detto subito, perché è la prima cosa che si sente: questo obiettivo non è leggero. Viltrox dichiara circa 1265 grammi per la sola ottica, 147,6 mm di lunghezza e 93 mm di diametro. Sulla Z8, che ha un corpo importante e una impugnatura generosa, l’insieme resta equilibrato e si lavora bene; su una macchina più compatta come la Nikon Zf immagino sarebbe tutta un’altra storia. All’interno c’è una struttura in lega di magnesio, barile esterno e paraluce in policarbonato, innesto in metallo, con una costruzione resistente a polvere e schizzi — non la tropicalizzazione di un’ottica professionale di fascia alta, ma abbastanza per lavorare senza pensieri in condizioni normali.

La dotazione che non ti aspetti a questo prezzo
Guardando l’obiettivo dall’alto si capisce dove Viltrox ha deciso di non risparmiare. C’è un piccolo display LCD a colori sul barile che mostra distanza di messa a fuoco e diaframma impostato, e che si può personalizzare via Bluetooth con l’app dedicata. C’è una ghiera dei diaframmi vera, con interruttore click/de-click — un lusso raro a questa cifra, e un occhiolino evidente a chi gira video. Ci sono due pulsanti Fn programmabili, posizionati in modo da cadere sotto il pollice sia in orizzontale che in verticale, un selettore AF/MF, un limitatore di messa a fuoco a tre posizioni e l’aggiornamento firmware via USB-C.
Sono cose che su un’ottica da mille euro non sono scontate, e che nell’uso quotidiano fanno la differenza più di quanto suggerisca una scheda tecnica.

Il bokeh, che è poi il motivo per cui si compra un 135mm
Un 135mm F1.8 lo si sceglie soprattutto per una ragione: separare il soggetto da tutto il resto. E qui il Viltrox fa esattamente quello che deve. Nel controluce sotto gli alberi, con il sole che filtrava tra le foglie, le luci di sfondo si sono trasformate in palline rotonde e pulite, morbide fino ai bordi del fotogramma, senza quel nervosismo che tradisce le ottiche più economiche. Le undici lamelle del diaframma fanno il loro lavoro con una regolarità che non ho dovuto correggere in postproduzione.


Anche nel campo aperto, con le colline molisane sullo sfondo, la compressione tipica del 135mm fa il resto: il paesaggio si appiattisce, si ammorbidisce, e resta lì solo come atmosfera. È una focale che decide da sola cosa conta nell’inquadratura.

F/1.8 e F/4: la prova che ho fatto sul posto
Durante il servizio ho scattato due fotogrammi identici a undici secondi di distanza, uno a tutta apertura e uno chiuso a F/4, per avere un riscontro reale invece che un’impressione.

Ma il confronto vero si vede solo andando a fondo, sugli occhi. Ho ritagliato la stessa zona da entrambi i file, senza alcuna nitidezza aggiunta in post: a F/1.8 le ciglia sono separate una per una, l’iride mantiene la sua tessitura e il bordo della palpebra resta definito. A F/4 il guadagno c’è, ma è marginale — si vede in un ritaglio come questo, non in una stampa e tantomeno su Instagram.


Tradotto in pratica: questo obiettivo lo si può usare a tutta apertura senza sentirsi in colpa, che è esattamente quello che si chiede a un F/1.8. Se compro un F/1.8 è perché voglio usare F/1.8, non perché voglio un F/4 con la possibilità teorica di aprire.
Controluce, contrasto e frange colorate
Verso la fine della sessione ho puntato l’obiettivo direttamente contro il sole basso, con Alice in controluce pieno e la sorgente luminosa dentro l’inquadratura, a F/1.8. È la condizione in cui un’ottica mediocre si arrende: il contrasto crolla, compare il velo lattiginoso, i neri si alzano. Qui invece l’immagine ha tenuto — il bagliore attorno ai capelli è rimasto quello che volevo che fosse, un effetto voluto e non un difetto subito, e il file ha conservato abbastanza materiale da lavorarci sopra in tranquillità.
Sono andato a controllare i file a dimensione reale proprio sui bordi più critici, i capelli illuminati da dietro contro il cielo bruciato, che è il punto in cui le frange viola e verdi si presentano di solito senza essere invitate. Non ne ho trovate di significative. Va detto per correttezza che si tratta di file già passati in postproduzione, dove certe correzioni si applicano ormai da sole: più che “questo obiettivo non ha aberrazione cromatica”, la conclusione utile è che in un flusso di lavoro normale non è qualcosa di cui doversi preoccupare.
Tutta la sessione, va detto, è stata scattata a ISO 64 con tempi tra 1/800 e 1/1250: condizioni comode. Ma è utile sapere che a diaframma spalancato e con il sole in campo l’obiettivo non si spaventa.

Oltre il campo di grano
Il servizio con Alice era il test, ma non è stato l’unico impiego. Ho usato questo 135mm anche in altri shooting, alcuni matrimoni compresi, ed è lì che un’ottica smette di essere una scheda tecnica e diventa uno strumento: il motore HyperVCM aggancia in fretta e in silenzio, l’autofocus resta preciso anche quando i tempi si stringono e non si può ripetere lo scatto, e quello sfocato che nel grano era un vezzo estetico diventa il modo più rapido per isolare un soggetto in mezzo al caos.
Il limite, semmai, è sempre lo stesso: il peso. Su una giornata lunga si fa sentire, e non è un’ottica che si tiene montata tutto il tempo per comodità. È un obiettivo che si prende in mano quando serve — e quando serve, ripaga.

Il confronto con il Plena
Ho avuto modo di provare anche il Nikkor Z 135mm f/1.8 S Plena, ma troppo poco per metterli a confronto sul piano ottico in modo serio — e preferisco dirlo che inventare un verdetto che non ho i dati per sostenere.
Quello che posso confrontare con certezza sono i numeri, e sono impietosi in entrambe le direzioni. Il Plena pesa 995 grammi contro i 1265 del Viltrox: quasi 270 grammi in meno, che su una giornata intera non sono un dettaglio. È anche un po’ più corto — 139,5 mm contro 147,6 — pur essendo più largo di diametro. Sulla carta, il Nikkor si porta a spasso meglio, e chi lavora tutto il giorno con un 135mm al collo dovrebbe tenerne conto.
Poi però c’è il prezzo, ed è lì che la distanza diventa un’altra cosa: il Viltrox parte da un listino di circa 999 euro — e si trova spesso scontato, il che rende il divario ancora più netto — mentre il Plena sfiora i 3.000. Non sto dicendo che siano lo stesso obiettivo. Sto dicendo che con la differenza ci si compra un altro corpo macchina.

Il 135mm non è più un territorio per pochi
La cosa interessante è che nel frattempo il panorama si è affollato. Al 135mm F1.8 in attacco Z si sono aggiunti il Samyang e, da maggio di quest’anno, anche il 7Artisans AF 135mm F1.8: barile in lega di alluminio, 1014 grammi, filtro da 82 mm e un prezzo di partenza attorno ai 690 euro, che è il più aggressivo del gruppo.
Non li ho ancora provati, e non ho intenzione di dire una parola sulla loro resa finché non ci avrò lavorato davvero — ma è una prova che mi piacerebbe molto fare, magari mettendoli uno accanto all’altro sullo stesso soggetto e nella stessa luce. Per anni un 135mm F1.8 è stato un lusso da mettere a preventivo con attenzione; oggi è diventato semplicemente una scelta, e questa è la notizia migliore di tutte. Se capiterà di provarli, lo racconterò qui.
La scheda in breve
- Mount: Nikon Z (disponibile anche per Sony E)
- Schema ottico: 14 elementi in 9 gruppi, con 2 lenti ad alto indice di rifrazione e 4 ED
- Apertura: f/1.8 – f/16, 11 lamelle, ghiera dei diaframmi con click/de-click
- Messa a fuoco minima: 0,72 m
- Autofocus: motore HyperVCM, limitatore a tre posizioni
- Extra: display LCD a colori, due pulsanti Fn programmabili, app Bluetooth, firmware via USB-C
- Filtro: 82 mm
- Dimensioni e peso: 147,6 × 93 mm, circa 1265 g
- Prezzo: circa 999 € di listino, spesso reperibile a meno
Il verdetto
Il Viltrox 135mm F1.8 LAB non è l’obiettivo giusto per chi cerca il kit più leggero possibile: il peso è il suo prezzo vero, molto più dei mille euro che costa. Ma è un 135mm F1.8 completo, senza scuse e senza asterischi — nitidezza già a tutta apertura, bokeh regolare, autofocus che regge anche quando la giornata si fa seria, e una dotazione di comandi che ottiche molto più costose non offrono.
Se fotografate ritratti e avete sempre rimandato l’acquisto di un 135mm perché costava quanto un viaggio, questo è il momento di riaprire il discorso.
Lo si monta, si guarda nel mirino, e si capisce in un attimo perché questa focale piace da sempre.

Tutte le foto di ritratto di questo articolo sono state scattate con il Viltrox 135mm F1.8 LAB su Nikon Z8, durante un servizio con Alice. L’obiettivo mi è stato fornito da Viltrox Italia per la prova.
